Dibattiti Geneticamente Modificati

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DIBATTITI GENETICAMENTE MODIFICATI

Il futuro? Dibattiti, dibattiti, dibattiti. Le dispute pubbliche a carattere scientifico-tecnologico, stanno diventano una nuova forma di democrazia della scienza.

di Elio Nello Meucci

Oggi siamo davanti ad una società sempre più “modificata geneticamente” per essere presente e attiva sui social-network. Che siano online, tavole rotonde o eventi di public awarness, le “Battaglie tra eruditi“, come racconta J.Swift, nel 1704, finiscono sempre con trofei. Noti al mondo con nomi diversi, quali: dispute, controversie, repliche, brevi considerazioni, risposte, osservazioni, critiche, obiezioni, confutazioni”. Dal caso Xylella agli OGM, fonti inesauribili di confronti che si trasformano in dibattiti sulla piattaforma online e nei social media. Piattaforme nate per essere di facile utilizzo; consentono a tutti di esprimere un’opinione o costruirsene una. Tuttavia, le questioni trattate, specie se complesse, difficilmente sono esplorate in tutte le loro sfaccettature. Piuttosto da un limitato e parziale punto di vista che genera diatribe tra la società scientifica, i cittadini e la politica.                                                                                                                                                                                                                  

Sino a buona parte del secolo scorso ‘la perizia’ nell’utilizzo della scienza era una risorsa scarsa, prodotta in un ambiente di comunità scientifica ristretta e coesa. Negli ultimi decenni questo scenario è radicalmente cambiato. In primo luogo, perché alla comunità scientifica in senso stretto si è affiancata una pluralità di soggetti che si propongono come comunicatori di risultati e contenuti scientifici. In secondo luogo, perché alla tradizionale passività informativa del cittadino è subentrata una moltiplicazione, almeno potenziale, delle opportunità di accesso a contenuti informativi anche in campo tecnico-scientifico. Moltiplicazione naturalmente alimentata anche dalla diffusione delle tecnologie digitali. Sempre più spesso, oggi, il pubblico è esposto al dibattito scientifico nel suo “farsi”, «ad accese polemiche tra esperti, a risultati e affermazioni non ancora stabilizzati», come scrive Massimiano Bucchi.

Il rapporto del mondo della ricerca con i mass media, un tempo temuto e deprecato, è sempre più intrecciato. Un recente dibattito online, sullo spinoso ‘caso xylella’ (batterio, classificato come patogeno da quarantena), testimonia che le posizioni sul tema sono oramai tanto polarizzate. Così che le parti smettono di comprendersi e il problema vero, la diffusione di un’epidemia, è perso di vista.  Il caso è scoppiato quando la procura di Lecce si è interposta alla realizzazione del piano di contenimento (piano Siletti). Piano che probabilmente non avrebbe portato all’eradicazione di centinaia di olivi, causando danni incommensurabili agli agricoltori. Sostenendo questo interesse, le perizie hanno scavalcato le ricerche condotte da scienziati che andavano invece a sostegno dell’attuazione del piano Silletti. Persino sulle pagine di Nature, la comunità scientifica ha espresso scetticismo riguardo alla liceità di quest’azione. 

Il risultato è stato che il dibattito su xylella si è polarizzato ancora di più. Le due posizioni stereotipate: se sostieni il piano di contenimento sei uno scienziato prezzolato delle multinazionali; se invece sei scettico sei automaticamente un ignorante, che non capisce nulla di scienza. Queste per lo meno sono le categorie individuabili in uno degli innumerevoli dibattiti che oggi si svolgono online all’insaputa di chi non è munito di un account o di social media. I fatti e i commenti scorrono come fiumi in piena. La comunicazione scientifica dovrebbe offrire un modello di dibattito scientifico basato sulla presenza di una pluralità di posizioni. Non rappresentando per nulla un sintomo di debolezza, ma al contrario indice di salute e vivacità intellettuale.

Altro argomento di grande attualità e che vedrà aumentare il dibattito, sono gli OGM. Questi ‘famigerati’ organismi geneticamente modificati, hanno visto negli anni accendersi dispute anche con toni pesanti. Non proprio un dibattito su basi scientifiche, ma più che altro su ideologie a favore o contro. In parlamento la questione OGM si è presentata nel Giugno del 2014, entrando, di fatto, nell’immaginario comune. Un decreto del 2014, prevedeva come ultimo comma un divieto di coltivare piante GM, sebbene l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) le avesse dichiarate sicure. Non di meno l’ultima sperimentazione, che ormai risale al 2012, fu ‘messa al rogo’ come una moderna strega.

La politica, che si è spesa contro gli OGM, non ha certo tenuto conto dell’altro aspetto: il favore riscontrato tra gli scienziati, gli agricoltori o gli zootecnici. Rifacendosi alla Carta costituzionale le figure interessate al dibattito, rivendicavano il diritto alla libertà di studiare e quindi intraprendere, su terreni privati, coltivazioni sperimentali. Le posizioni anche questa volta sono chiare: i decisori che si arroccano su presunti rischi per la salute e la comunità scientifica intenta a supportare la tesi di “bontà” degli OGM. La scienza però ha una qualità formidabile: non conosce le espressioni “è troppo tardi”, “abbiamo perso il treno”. Basterebbe raccogliere le raccomandazioni dell’Unione europea per sostenere la ricerca pubblica su OGM e non-OGM, mantenendo aperto il confronto tra scienza, cittadini e decisori.

È evidente che i dibattiti generino una consapevolezza maggiore nel pubblico, contribuendo a rendere più chiare idee altrimenti vaghe. Un esempio recente di dibattito pubblico c’è stato all’università di Harvard nel 2014 sul tema OGM. Il risultato ottenuto ha visto gli interlocutori presenti cambiare idea dopo aver ascoltato le ragioni, argomentate scientificamente, dell’una e dell’altra parte; il tutto moderato da comunicatori esperti. Un altro esempio, che se gestito in maniera efficace potrà trovare molto spazio sulle piattaforme social, è ReserchGate: il ‘Facebook degli scienziati’, quasi sei milioni di utenti.  A oggi è prevalentemente utilizzato per lo scambio dei pre-print, senza sfruttare appieno le sue potenzialità di luogo virtuale dove scambiare e discutere idee e creare nuove collaborazioni. 

Bisogna riuscire a conquistare sempre più spazio sui social network così che si possa effettivamente venire incontro alle esigenze dei ricercatori e a quelle dei comunicatori per disseminare una conoscenza il più competente possibile. Il fine? Poter monitorare la condivisione degli articoli, valutare gli argomenti emergenti e sperimentare nuove forme di comunicazione.

http://www.tecnoscienza.net/index.php/tsj/article/viewFile/13/14

(http://www.nature.com/news/italian-scientists-vilified-in-wake-of-olive-tree-deaths-1.17651))

(https://geneticliteracyproject.org/2014/12/05/reflections-on-the-great-biotech-debate-dissecting- the-arguments/

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