ESTATE BOLLENTE E DPI

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Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

E’ scoppiato il caldo. E i lavoratori obbligati ad usare i dispositivi di protezione individuale per ore, cosa rischiano?

di ENM

L’Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibe) ha pubblicato recentemente una “Discussion” sulla rivista Science of the Total Environment. Il tema centrale è come conciliare le misure antiCovid-19 e la gestione dello stress da caldo. I dispositivi di protezione individuale (DPI), che ormai abbiamo imparato ad usare, più o meno, come possono integrarsi con lunghe ore di lavoro? Magari in luoghi dove il distanziamento tra dipendenti è impossibile? «Questi dispositivi non sono nati per un utilizzo massivo e prolungato all’aperto, in particolare all’esposizione dei raggi solari. Inoltre non sono testati dal punto di vista microclimatico e del potenziale impatto sulla percezione del disagio termico» , dichiara Marco Morabito del Cnr-Ibe.

In questo lavoro sono discusse le varie complicanze dal punto di vista microclimatico legate all’uso di questi dispositivi in condizioni di caldo. Per contrastare la diffusione del Covid-19, l’Organizzazione mondiale della sanità nelle ultime linee guida raccomanda l’uso delle mascherine tra la popolazione. E allora come proteggersi dal caldo? E’ disponibile già il progetto ‘Heat-Shield’. Permette, sulla base delle caratteristiche fisiche, del tipo di attività, del vestiario indossato e dell’ambiente di esposizione, di prevedere un rischio da caldo individuale. Questo sistema di allerta è integrato con suggerimenti per contrastare la situazione critica. Così da suggerire un’eventuale idratazione o pause di lavoro. «Si tratta di informazioni utili per salvaguardare la salute dei lavoratori e assicurare la produttività di diverse aree professionali».

Una versione più avanzata del dispositivo sono le cosiddette ‘mascherine di comunità’, ovvero quelle monouso o lavabili, realizzate con materiali idonei a fornire un’adeguata barriera per naso e bocca.

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