L’eruzione più distruttiva della storia dell’Etna

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Più di 2.000 anni fa l’Etna divenne irriconoscibile per le popolazioni locali che convivevano da sempre con quel gigante tutto sommato tranquillo e che si ritrovarono improvvisamente davanti a una vera e propria eruzione pliniana in grande stile, con una colonna eruttiva probabilmente alta più di 25 km. Lo studio di quella colossale eruzione del 122 a.C. è stato pubblicato nel 1988 su Geology: in quel lavoro gli autori, i vulcanologi Mauro Coltelli, Paola Del Carlo e Luigina Vezzoli, descrivevano l’eruzione come una catastrofe per l’antica Catania, dove si registrarono incendi e crolli, mentre il Sole venne oscurato dalle ceneri per giorni.
Ciò che rende quell’eruzione tanto enigmatica e rara è il fatto che l’Etna è un vulcano basaltico, e dunque più propenso ad alimentare eruzioni di tipo hawaiiano o stromboliano, con la formazione di fontane di lava, colate di lava e, più raramente, colonne di ceneri che raggiungono qualche chilometro di altezza. Nulla di paragonabile all’eruzione del 122 a.C., che resta una rarità per un vulcano la cui attività è stata, finora, marcatamente effusiva.
Gli autori dello studio del 1998 avevano già avanzato ipotesi sul perché un vulcano come l’Etna, protagonista di norma di eruzioni a bassa energia, avesse potuto cambiare modalità eruttiva in modo tanto drastico. In particolare, ritenevano che potesse esserci stata la decompressione della camera magmatica, causata dalla destabilizzazione improvvisa del fianco sud-orientale del vulcano.
Oggi, un’ipotesi in parte già presente nel lavoro su Geology del 1998 è contenuta in uno studio pubblicato su Science Advances da parte di un team che fa capo all’Università di Bristol. Secondo questa ricerca, un ruolo decisivo per il cambiamento dello stile eruttivo dell’Etna nel 122 a.C. fu l’improvviso incremento della viscosità del magma basaltico.
La viscosità dei magmi è uno dei fattori chiave per l’esplosività di un’eruzione: più un magma è viscoso e maggiori sono le possibilità che il gas contenuto nel magma dia luogo a una frammentazione estrema, presupposto fondamentale affinché la miscela di gas e particelle in risalita lungo il condotto vulcanico vada ad alimentare eruzioni pliniane.
Gli studi di laboratorio condotti su prodotti vulcanici emessi dall’Etna nel 122 a.C., grazie all’utilizzo di tecniche avanzatissime a raggi X (Small-ange X-ray scattering, SAXS), hanno messo in luce il ruolo di particolari nanoparticelle cristalline, dette nanoliti, 10.000 volte più sottili di un capello umano: la formazione di queste particelle cristalline nel magma basaltico nelle prime fasi dell’eruzione del 122 a.C. avrebbe incrementato drasticamente la viscosità del magma stesso. Ciò avrebbe impedito al gas di liberarsi dal magma in modo tranquillo – come avviene normalmente nelle eruzioni di lava basaltica – e avrebbe favorito la frammentazione del magma e la successiva eruzione esplosiva.
La probabilità di un’altra eruzione come quella del 122 a.C. è statisticamente molto bassa, visto che ne contiamo solamente una negli ultimi 10.000 anni. Tuttavia, gli scienziati e la Protezione Civile sono al lavoro per rendere i sistemi di prevenzione e mitigazione del rischio vulcanico sempre più efficienti.
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L’autore: Federico Pasquaré Mariotto, geologo, è Professore Associato di Comunicazione delle Emergenze Ambientali all’Università degli Studi dell’Insubria (Varese).
Qui sotto, una piccola carrellata di fotografie dell’Etna gentilmente concesse a focus.it da Emanuela De Beni e Massimo Cantarero, ricercatori presso l’INGV-Osservatorio Etneo.
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