L’Italia, hub europeo dell’idrogeno

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È il “combustibile” più pulito che ci sia: reagendo con l’ossigeno dell’aria, l’idrogeno può generare energia senza inquinare. Niente fumo, niente anidride carbonica: come scarto solo acqua o vapore. Se ne parla da decenni, ma con i verbi coniugati sempre al futuro. Ora qualcosa sta cominciando a cambiare. E l’Italia sembra determinata a trovare un suo ruolo nello scenario internazionale.
. Una rete già pronta. A smuovere le acque è uno studio recente di The European House-Ambrosetti in collaborazione con Snam, secondo il quale il nostro Paese potrebbe usare la sua rete del gas, già molto sviluppata, per portare in Europa l’idrogeno prodotto in Nord Africa da fonti rinnovabili, in particolare energia solare. Come funziona questa idea? Ed è davvero credibile? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Casalegno, ingegnere e docente al Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano, che è stato riconosciuto come dipartimento di eccellenza dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur). Casalegno è anche uno degli esperti che ci ha guidato nella scrittura dell’articolo dedicato all’idrogeno, in edicola questo mese su Focus.
. Dal sole alla stazione di servizio. Questo gas, infatti, a differenza dei combustibili fossili, non si trova spontaneamente in natura: bisogna produrlo. «L’idea è di generarlo nei Paesi del Mediterraneo, prevalentemente nel Nord Africa, dove il il fotovoltaico risulta favorito dalle condizioni climatiche», spiega Casalegno. Poi il gas compresso potrebbe essere portato in Italia via nave e immesso nella rete del gas naturale. «Il vantaggio è che in Italia abbiamo un’ottima rete del gas, capillare ed efficiente». Quindi possiamo distribuire l’idrogeno su tutto il territorio, e fare da ponte verso gli altri Paesi Europei. «Inizialmente, la rete potrebbe ospitare il 10% di idrogeno, poi la quantità andrà aumentando», dice Casalegno. «Sono già state fatte alcune sperimentazioni in Italia e in Europa: è una prospettiva piuttosto concreta».
. Traino tedesco. A trainare lo sviluppo dell’idrogeno in Europa, e non solo, è soprattutto la Germania, che a giugno ha annunciato un piano di investimenti da 9 miliardi di euro in questo settore. A settembre, la Francia ha approvato un analogo piano da 7 miliardi. E ha cominciato a muoversi anche l’Italia. «Nelle fasi iniziali dell’epidemia, c’era il timore di un rallentamento dello sviluppo tecnologico, della diffusione delle rinnovabili e di nuove modalità nei trasporti. Invece l’Europa sta reagendo con investimenti importanti proprio in questi settori», spiega Casalegno. «Questo secondo me è importante. Anche in Italia, in questo momento i ministeri stanno facendo analisi tecniche per capire su quali aspetti specifici siamo pronti. Ora Snam, con la sua proposta, ha dato una spinta a questo processo».
. Riscaldamento, trasporti, industria. Dunque, l’idrogeno potrebbe viaggiare nella rete mischiato al gas naturale. Questa miscela può poi essere utilizzata nei sistemi tradizionali, per esempio nelle caldaie per il riscaldamento, con il vantaggio di generare minori quantità di gas serra (la combustione dell’idrogeno non produce anidride carbonica). Oppure, meglio ancora, può essere estratto e utilizzato nelle celle a combustibile, che di emissioni nocive non ne hanno affatto, e trovare applicazione anche in altri settori, dall’industria ai trasporti (sia Iveco che, più recentemente, General Motors hanno stretto accordi strategici con l’americana e discussa Nikola – il cui fondatore si è da poco dimesso dall’incarico di presidente esecutivo – per la produzione di camion a idrogeno, v. Focus in edicola). Riguardo all’energia necessaria a produrre questo gas, mentre la Germania e l’Italia preferiscono le rinnovabili, è probabile che la Francia punti a utilizzare l’eventuale surplus generato dai suoi impianti nucleari. Un idrogeno che, così prodotto, non si potrebbe più definire “verde”, ma che almeno avrebbe il vantaggio di non produrre anidride carbonica..