Troppa intelligenza (artificiale) nello Spazio

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Le due foto qui sopra raffigurano rispettivamente il quadro comandi dello Shuttle Atlantis (classe 1979) e della navicella Crew Dragon di SpaceX (classe 2019). La differenza è evidente: interruttori, joystick, manettini e pulsanti sono stati sostituiti da grandi schermi touch, che al tocco di un dito permettono di accedere a tutte le funzioni del veicolo spaziale.
E non è solo una questione di interfaccia e di relazione con la macchina: mentre i veicoli spaziali “di una volta” erano controllati da astronauti e piloti esperti, pur affiancati da tecnologie di ultima generazione, nelle navicelle di nuova concezione il ruolo dell’essere umano è molto ridotto.
FA tutto lei. Decollo, attracco alla ISS, rientro a Terra e manovre varie sono affidate a sistemi automatici, all’intelligenza artificiale e a supercomputer che si occupano di quasi ogni funzione del velivolo. Il ruolo dell’uomo è insomma sempre più marginale. E non potrebbe che essere così, perchè alcune delle tecnologie utilizzate sui più moderni veicoli spaziali non sarebbero comunque controllabili da un essere umano.
. Troppo veloce. Un esempio sono i motori al plasma che sta sviluppando Astra, un’azienda di Huston che collabora con la NASA. Il plasma utilizzato da questi speciali razzi è ottenuto eccitando argon (Ar, un gas nobile) con onde elettromagnetiche. Il processo è governato da un software che calibra la frequenza delle onde per riscaldare il gas al punto giusto: è questione di decimi di millisecondo e nessun essere umano potrebbe gestire manualmente un’attività di questo tipo.
Piccoli errori, grandi fallimenti. Le navicelle spaziali di nuova concezione sono insomma sempre più complesse. E “più complesso” significa anche “più soggetto a problemi”. Come nel caso della capsula Starliner (Boeing), che a causa di un bug nell’orologio di bordo, lo scorso anno ha mancato l’aggancio con la ISS. Un errore di un carattere in qualche milione di righe di codice che ha vanificato anni di progettazione e preparazione della missione.
. Test spaziali. Nel caso specifico della Starliner, se ci fosse stato un pilota umano ai comandi avrebbe forse potuto bypassare il sistema (se glielo avesse concesso), prendere il controllo del velivolo e portare a termine la manovra.
La soluzione? Da un certo punto di vista non esiste: l’unica cosa che si può fare è testare in modo maniacale il software, così da ridurre al minimo la probabilità di errori. Ma le condizioni ambientali che si trovano nello Spazio sono difficili da riprodurre sulla Terra e in parte imprevedibili.
Esperienze artificiali. Un aiuto concreto può venire dall’intelligenza artificiale: l’AI, grazie alla sua capacità di elaborare in poco tempo grandi quantità di informazioni può aiutare i ricercatori nella costruzione di diversi scenari spaziali. Combinazioni diverse di parametri come velocità, traiettorie, temperature, ostacoli eccetera da utilizzare per alimentare i sistemi di bordo e far sì che già alla prima missione abbiano un ricco bagaglio di esperienze virtuali che li possa aiutare ad affrontare le più varie situazioni.
. Power to the people. Non tutti sono però convinti di questa tendenza a un approccio totalmente computerizzato al volo spaziale: Nathan Uitenbroek, ingegnere della NASA che ha lavorato al software della Orion, spiega a MIT Technology Review che in questo campo l’errore più grande è quello di progettare sistemi interamente automatici o interamente manuali. L’uomo deve poter intervenire se il software fallisce, ma se l’uomo ha problemi, per esempio perde conoscenza in volo, il computer deve portarlo a destinazione sano e salvo.
Oltre lo spazio. La questione è aperta e riguarda ambiti anche ben più vicini alla nostra quotidianità rispetto al volo spaziale: salireste su una vettura, o su un aereo, interamente guidato dall’AI? Vi fareste operare da un robot non supervisionato da un chirurgo in carne e ossa? E se il vostro prossimo capufficio fosse una macchina?
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