Un Mistero Italiano: Majorana

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Domenica del Corriere - Roberto Gervaso, a cura di, Parlami d'amore Mariù. Rizzoli 1983.

Dal ponte di una nave Ettore Majorana guarda l’orizzonte immerso nei suoi numeri e formule matematiche. Sono gli ultimi istanti prima della sua scomparsa.

di Elio Nello Meucci

Quest’anno si celebrano gli ottant’anni dalla scomparsa. Uno scienziato proiettato al futuro e da una spiccata personalità. Enrico Fermi lo definì «un genio al pari di Galileo e Newton». Era indiscutibilmente il più dotato dei ‘ragazzi di Via Panisperna’. Il nome del gruppo di fisici italiani divenuto noto per essere un crogiuolo di scienziati ai massimi livelli. Quei ‘ragazzi’, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Emilio Segrè, ai quali nel 1934 si aggiunsero Bruno Pontecorvo e il chimico Oscar D’Agostino furono resi eterni dalle loro scoperte.

La capacità di guardare oltre i semplici numeri e immaginare il futuro,  convinsero Majorana che non tutto il progresso poteva essere sfruttato per il bene dell’umanità. Secondo molti il fisico siciliano non voleva essere complice di una scienza finalizzata ad una guerra che aveva già gettato i suoi germi in un’Europa ancora divisa e lontana dai processi di cooperazione. Di fatto il 27 marzo 1938 il fisico Ettore Majorana, partito da Napoli su un traghetto diretto a Palermo, sparì. Fu quel viaggio a decretare la sua scomparsa in mare, suicida, o verso paesi esotici. Infatti molte teorie, oggi dimostrate dai RIS grazie a sofisticate ricostruzioni del volto, lo volevano in Venezuela sotto il falso nome di Mr.Bini. Sciascia stesso si interessò al ‘caso Majorana’ scrivendone un saggio nel 1975.

A Napoli lo scienziato era titolare della cattedra di fisica, voluta fortemente per lui da Fermi. Proprio qui furono ritrovate due lettere d’addio dove annunciava la sua ‘scomparsa’. Aveva trentadue anni e tante formule ancora da dimostrare. Con la sparizione di Majorana la scienza ha perso la possibilità di scoprire incredibili teorie. I calcoli li annotava un po’ ovunque; dai foglietti di carta ai fazzoletti dei bar. E forse rimarranno uno dei misteri del novecento.

Erano gli anni ’30 e l’Europa stava guardando attonita alla crescente ascesa dell’impero nazista al potere. Le teorie nel campo della fisica stavano monopolizzando il mondo; tutti erano alla ricerca di un’arma ‘definitiva’ che avrebbe portato alla vittoria di una guerra di cui già si erano gettate le basi. Lo scienziato proseguì gli studi fino a quel 27 marzo del ’38, ma non riuscì mai a dimostrare la validità delle sue teorie. Ma facciamo un passo indietro. Le intuizioni geniali lo portarono a teorizzare nel ’37 l’esistenza di una particella ‘bisex’: il fermione. Una particella che racchiude in se entrambe le caratteristiche di particella e antiparticella.

Quando Majorana teorizzò il fermione, ‘l’elegante’ equazione di Dirac era ben conosciuta (a ogni particella è associata una relativa antiparticella con le stesse caratteristiche, ma di carica opposta). Le basi della teoria del fisico catanese erano davanti ai suoi occhi; finalmente poteva riformulare i calcoli. Il risultato fu la dimostrazione dell’esistenza di alcune particelle che interagiscono poco con la materia perché coincidono con la propria antiparticella, e quindi neutre: ‘fermioni di Majorana’. Teorie che hanno aperto campi di ricerca sconfinati verso quelli che oggi chiamiamo computer quantistici in grado di effettuare calcoli complessi a velocità istantanee.

Grazie anche a questi ‘fermioni’ i comuni bit (le unità d’informazione binaria), indicate convenzionalmente dalle cifre 0 e 1, sono sostituiti dai ‘qubit’. Le particelle contemporaneamente atomiche e subatomiche hanno il vantaggio di interagire poco con la materia e quindi il loro stato cambia difficilmente. Un computer basato su questa proprietà aumenterebbe esponenzialmente la capacità di calcolo. Purtroppo ancora oggi siamo lontani dalla loro realizzazione. Solo il 21 luglio 2017, con una pubblicazione su Science, un gruppo di ricerca dell’università di Stanford (USA) e dell’università della California ha potuto provare l’esistenza di una particella con le caratteristiche del fermione teorizzato dal fisico siciliano. 

«Il nostro team ha predetto con esattezza dove trovare il fermione di Majorana e quale fosse il segnale che ci avrebbe allertato della riuscita dell’esperimento­», ha spiegato in una dichiarazione Shoucheng Zhang, professore di fisica a Stanford. Questa scoperta conclude una delle ricerche più intense della fisica fondamentale, durata esattamente ottant’anni. La ricerca dell’infinitesimamente piccolo e delle reali cause della scomparsa di Majorana hanno ancora molti segreti da svelare, come tutte le formule perdute e mai ritrovate.

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